Non è un caso che la UE stia attraversando una crisi profonda

Intervista a Fabio De Masi, Vice-capogruppo della Linke

30/04/2019
Presseschau

Forum Alternativo

Dopo il dibattito tra Elly Schlein e Damiano Bardelli (Sinistra, “Fuori o Dentro a questa Europa?), continuiamo il dibattito su sinistra e UE con questa intervista, che ci è stata rilasciata da Fabio De Masi, che ben conosce, essendo stato Europarlamentare, sia la situazione a Bruxelles che quella in Germania, in Italia e nel resto dell’Europa.

Come spieghi la crisi, che sembra ormai irreversibile, della socialdemocrazia classica in quasi tutti i paesi d’Europa? In quali movimenti vedi tu piuttosto una speranza per la sinistra nel nostro continente?

I socialdemocratici – penso a Tony Blair in Gran Bretagna, a Gehrard Schroeder in Germania o a Matteo Renzi in Italia – si sono assunti il compito di tagliare gli investimenti pubblici, i salari e le pensioni. Si sono quindi in fondo occupati di fare il “lavoro sporco”, che la destra non avrebbe avuto il coraggio di fare, perché allora sindacati e socialdemocratici si sarebbero riversati nelle strade a protestare. Questa politica di austerità portata avanti in Europa ha quindi alla fine distrutto la socialdemocrazia stessa. Le mie speranze le metto in movimenti popolari di sinistra come i laburisti con Jeremy Corbyn o la France Insoumise di Jean-Luc Mélenchon.

Nel dibattito politico a sinistra sull’Europa ci sono fondamentalmente due tendenze: una (per esempio Varoufakis) che dice che nonostante la situazione catastrofica dell’EU bisogna tentare di riformarla e che ciò è possibile. L’altra tendenza è invece quella che ritiene questa EU non riformabile. Cosa ne pensi?

Non è un caso che la UE stia attraversando una crisi profonda. Quando una casa crolla, la colpa è soprattutto degli sbagli dell’architetto e non di un qualche errore degli artigiani. Naturalmente dobbiamo sfruttare ogni possibilità per modificare la politica dell’UE, ma quest’ultima è una comunità basata su dei contratti che la obbligano a favorire la concorrenza a tutto vantaggio dei grandi monopoli, esattamente come fanno gli accordi cosiddetti TTIP o CETA, creati per proteggere gli investimenti dei grandi capitali e contro i quali molte persone sono scese nelle strade a protestare.

Sulla base dei contratti che regolano l’UE è per esempio impossibile decidere imposte minime per grandi colossi come Amazon o Apple. Per poterlo fare, tutti i 28 stati dell’EU dovrebbero essere d’accordo con un cambiamento delle regole contrattuali.

Nel nome del mercato interno unificato ci sono poi molti e ripetuti attacchi contro ogni protezione sociale e ciò avviene di solito grazie a decisioni della Corte Europea. Proprio adesso la Commissione Europea sta addirittura pianificando la possibilità di abolire, grazie ad una semplice decisione delle autorità di Bruxelles, leggi decise dai parlamenti nazionali e che prevedono dei limiti chiari rispetto alla notificazione di lavoratori distaccati (esattamente quanto stanno combattendo i sindacati svizzeri nell’ambito delle decisioni volute dal Consiglio Federale per l’accordo quadro con la UE! Nota di Redazione).

Siccome sarà abbastanza impossibile a breve scadenza avere 28 governi di sinistra nell’UE, per modificare questi contratti che regolano l’Unione dobbiamo ad ogni modo cercare il conflitto continuo con la UE e sfruttare anche ogni possibilità a nostra disposizione nei singoli stati.

Assieme a Sahra Wagenknecht avete formato un nuovo movimento “Aufstehen” che ricorda un po’ la France Insoumise di Mélenchon. Come mai questa decisione, quali membri influenti (capo gruppo e vice capo gruppo) della Linke? Non c’è un pericolo di scissione?

Nel nostro movimento abbiamo anche socialdemocratici come il figlio dell’allora Cancelliere Willy Brandt o un’ex ambasciatore come Rudolf Dressler. Il nostro scopo è di spingere la Linke ad aprirsi agli oltre 170’000 membri di Aufstehen in modo da rifondarsi come partito, per evitare di non restare sempre sotto il 10% nei sondaggi, nonostante la crisi molto profonda della socialdemocrazia. Non abbiamo per niente l’intenzione di creare scissioni, il nostro scopo è di riunire e non di scindere.

C’è chi ha criticato soprattutto Sahra Wagenknecht per certe posizioni, dove affermava che è impossibile essere a favore delle frontiere completamente aperte per i rifugiati, per cui c’è stato chi ha detto che si tratta di posizioni quasi di destra. Cosa rispondi?

Né Bernie Sanders né Alexandria Ocasio Cortez o Jeremy Corbyn chiedono frontiere aperte per tutti. Questo vorrebbe dire per noi che qualsiasi persona - sia essa svizzera o della Somalia - potrebbe stabilirsi in Germania e secondo il programma del mio partito ricevere 1’050 EUR al mese in caso di disoccupazione. Questo sarebbe secondo me un programma per derubare i paesi poveri delle loro popolazioni e avrebbe come conseguenza un immediato peggioramento delle prestazioni sociali qui da noi. Così facendo indeboliamo la lotta per la difesa del diritto di asilo.

Ma anche se ciò non capitasse, guardiamo un po’ la realtà. Questa ci dice che al mondo ci sono 64 milioni di persone in fuga dal loro paese e solo una minima minoranza arriva in Europa. La maggior parte di loro non avrebbe nessun vantaggio se noi dichiarassimo frontiere aperte per tutti. Che profitto ne trarrebbero i bambini che muoiono di fame in Yemen? Tutti questi dobbiamo aiutarli molto di più sul posto. E, se vogliamo veramente proteggere dallo sfruttamento persone in difficoltà e garantire che i loro figli possano andare a scuola o dal medico, bisogna che li registriamo e ne regoliamo l’afflusso. Questo dibattito quindi in fondo non aiuta nessuno, soprattutto non coloro che sono fuggiti dal loro paese, anche perché in generale non l’hanno fatto volontariamente.

Tu sicuramente conosci bene anche la situazione politica italiana. Come ti spieghi il disastro attuale che c’è a sinistra?

Sarò lapidario: la sinistra italiana ha perso il contatto con i lavoratori e con il loro linguaggio.

 

Fabio De Masi

Fabio De Masi è nato il 7 marzo 1980 a Gross-Gerau. Figlio di un sindacalista italiano e di un’insegnante di lingue tedesca. I primi anni della vita li ha passati in parte in Germania, in parte a Napoli: ancora oggi è bilingue, anche se si esprime meglio in tedesco (le risposte alle nostre domande ce le ha mandate in tedesco).

 

Dopo aver lavorato nell’edilizia e nella gastronomia, grazie al servizio civile assolto in un ospedale riesce a conseguire una maturità professionale e a studiare poi all’Università di Amburgo Economia, tema che approfondisce poi all’Università di Città del Capo in Sudafrica. È da sempre attivo in politica, diventa dapprima collaboratore scientifico del gruppo della Linke nel parlamento tedesco, dal 2014 al 2017 è Europarlamentare per questo gruppo.

Nel 2017 è eletto per la regione di Amburgo al Parlamento tedesco, dove diventa Vice-Capogruppo della Linke nonché portavoce di questo partito per le questioni economiche. Nella sua biografia sottolinea che suo nonno aveva combattuto il nazi-fascismo come partigiano e non dimentica di dire che è un grande sostenitore del FC St. Pauli. Questa squadra è nota in tutta Europa per avere una curva molto di sinistra, abbastanza simile a quella dell’Ambrì.

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